Essere genitori

Effetto Pigmalione ed Effetto Topaze: mamme e papà alle prese con l’insegnamento.

Vi è mai capitato sentir dire ai vostri genitori: “Vedrai quando avrai dei figli…il mestiere di genitore è il più difficile al mondo”.  Dentro di me pensavo che fosse un’esagerazione e forse lo è per chi riesce a prendere la vita con la giusta dose di superficialità. Io per natura sono sempre stata molto riflessiva, troppo riflessiva, con il risultato che non riesco mai ad essere sufficientemente soddisfatta di me stessa.

Anche nel mio “ruolo” di mamma tendo ad essere ipercritica, nonostante con gli altri io cerchi di sembrare ferma sulla mia linea educativa. Vedo crescere il mio piccolo grande uomo e non posso che chiedermi se sto facendo bene, se sto sbagliando qualcosa e come potrei rimediare. Per questo, infatti, non è mai troppo tardi: analizzare i propri comportamenti ed aggiustare il tiro si può, magari facendosi aiutare dalle giuste figure competenti.

Io non mi sento certamente una di queste però, nel mio percorso di studi, ho avuto la fortuna di approfondire alcuni temi riguardanti la Didattica della Matematica, a cui cerco di far riferimento tutte le volte che cerco di insegnare qualcosa al mio Furbetto.

Avete mai sentito parlare di effetto Pigmalione ed effetto Topaze?Se la risposta è no, vi consiglio di dedicare ancora qualche minuto alla lettura di questo articolo.

Effetto Pigmalione

Negli anni sessanta, un’équipe di studiosi, guidata dal ricercatore americano Robert Rosenthal, condusse un esperimento nell’ambito della psicologia sociale. Il primo passo di questo esperimento consistette nel sottoporre un test di intelligenza ad un gruppo di alunni di una scuola elementare californiana. Successivamente, senza tener conto dei risultati del test, si selezionarono a caso alcuni bimbi e si misero al corrente i loro insegnanti del fatto che fossero particolarmente intelligenti.

Trascorso un anno, Rosenthal tornò nella scuola per verificare il grado di apprendimento degli studenti selezionati a caso. Sorprendentemente, anche quelli che non avevano avuto buoni risultati nel test, avevano migliorato significativamente il loro rendimento scolastico, fino a diventare fra i primi della classe.

L’esperimento ha così evidenziato che “spogliando” gli insegnanti dai loro pregiudizi, questi erano riusciti a coinvolgere e stimolare gli alunni a tal punto da indurli ad una forte passione e un grande interesse per gli studi.

L’ effetto Pigmalione, noto anche come effetto Rosenthal, può essere quindi sintetizzato come quel processo secondo cui gli insegnanti, basandosi sulle loro convinzioni negative riguardo un alunno, tendono a trattarlo inconsciamente in modo diverso rispetto a quelli che ritengono “più bravi”. Il risultato di questo comportamento è che i bambini interiorizzeranno tale giudizio negativo fino a diventare, nel tempo, proprio come gli insegnanti li avevano etichettati. Infatti, ritenendo che a parità di risultato, il pregiudizio dell’insegnante abbia un ruolo significativo nella valutazione complessiva, l’alunno percepirà come vano ogni tentativo di migliorarsi. Questo comportamento è noto in sociologia sotto il nome di profezia che si autoadempie: un individuo, convinto o timoroso del verificarsi di eventi futuri, altera il suo modo di fare in modo tale da finire per causare tali eventi.

Effetto Topaze

Ideato e lanciato tra gli studi di didattica della matematica da Guy Brousseau negli anni ’60, l’effetto Topaze trae la sua acuta denominazione da una commedia francese, un pezzo in 4 atti, Topaze appunto, ideato dallo scrittore e regista francese Marcel Pagnol. 

E’ la storia di un insegnante di una scuola privata, l’ ingegner Topaze, che viene licenziato dal suo direttore per non aver accettato compromessi e aver bocciato il figlio di una ricca baronessa, finanziatrice della scuola stessa.

Al di là della trama, ciò che interessa dal punto di vista didattico, è l’atteggiamento che assume Topaze all’inizio della sceneggiatura, quando è alle prese con un dettato. Egli non sembra essere realmente interessato all’apprendimento dell’allievo, quanto al fatto che scriva correttamente ciò che viene dettato. Per questa ragione, tenta di dare suggerimenti impliciti, con l’unico risultato di confondere le idee del suo allievo che lo guarda perso.

Una dinamica di questo tipo, che spesso ancora oggi si instaura nelle aule, viene indicata con il nome di: contratto didattico.

Da un lato ci sono le attese dell’insegnante nei confronti dello studente: egli considererà di aver svolto con esito positivo il proprio lavoro se l’allievo risponderà secondo quello che lui ha in mente.

Dall’altro ci sono le attese dello studente nei riguardi dell’insegnante: lo studente riterrà di aver ottemperato al suo compito quando riuscirà a far ottenere al suo insegnante ciò che vuole, indipendentemente dal fatto che abbia o no imparato realmente qualcosa.

Per una maggior chiarezza, vorrei citare un esempio riportato in un articolo trovato in rete del matematico e saggista Bruno D’Amore, che da anni si occupa di didattica della matematica.

Versione integrale

Caccia alle forme

L’attività, proposta nella scuola dell’infanzia, consiste nel seguente gioco: la maestra enuncia il nome di una forma (Tondo, Quadrato, Triangolo…) e i bambini cercano nell’aula gli oggetti di quella forma. Vince il bimbo che ne trova di più o che trova quelli meno evidenti. Su una parete c’è un orologio: il quadrante è rotondo, ma inserito in una cornice quadrata.

La maestra dice: “Tondo”. Tutti i bambini vanno alla ricerca ma uno di loro, che chiamiamo P, non riesce a trovare nulla. La maestra lo incoraggia esortandolo a guardare meglio ma P si guarda attorno con delusione. A questo punto l’insegnante dà un suggerimento: “Osserva sopra la porta…” e indica l’orologio. P guarda meglio, ma non vede niente di tondo. La maestra allora insiste: “Guarda meglio, serve per misurare l’ora”.  A questo punto P focalizza la sua attenzione sull’orologio ma mostra di non riconoscere in esso la forma tonda. La maestra allora va verso la porta, prende in mano l’orologio e dice a P: “Che forma ha?” e lui risponde: “Quadrato!”.

La scena prosegue con l’insegnante che tenta ancora di convincere il bambino: “Ma no, no, non vedi che è tondo? E’ tondo, vero?” così a P non resta che rispondere un timido: “Si!”.

Finalmente la maestra sente di aver assolto al proprio compito ed afferma: “Visto? Visto che bravo che sei?” e poi rivolgendosi al resto della classe: “Avete visto? P ha trovato l’oggetto più tondo, nessuno di voi l’aveva trovato. Vincete tutti alla pari, ma P ha scelto il più bello!”.

Cosa ha a che fare tutto ciò con noi genitori?

Quello che succede spesso a noi genitori è di caricare i nostri figli di eccessive aspettative. Fin dai primi mesi di vita, non vediamo l’ora che acquisiscano le giuste competenze rispettando i tempi prestabiliti e ci gonfiamo di orgoglio quando si dimostrano più precoci rispetto ai loro coetanei.

Tuo figlio gattona? Il mio già tenta di alzarsi in piedi! Sai che mio figlio dice già molte parole? Il mio invece conosce già tutti i numeri fino a dieci! Inizia così una specie di gara fra genitori, dove si cerca di dimostrare che il proprio figlio ha una marcia in più rispetto agli altri.

Ed eccoci a sollecitarli, a forzarli verso attività che spontaneamente non intraprenderebbero, a decidere di potenziare ciò verso cui “sono portati” , ad instradarli verso quello che riteniamo il successo. Non li lasciamo sbagliare, siamo sempre pronti a suggerire le risposte, quelle risposte che ci aspettiamo come le uniche possibili. Non diamo loro il tempo di sperimentare ed imparare da soli, loro devono sapere. E quando dimostrano di non raggiungere i risultati che spereremmo, invece di incitarli e stimolarli, tendiamo a produrre le più improbabili giustificazioni, tanto da convincerli di non essere all’altezza della situazione. Ci innamoriamo di questo o quel metodo educativo, diventando fissati e asfissianti, perdendo la spontaneità e la genuinità del rapporto con i nostri figli.

Non mi sento esente da queste osservazioni che se vogliamo sono un po’ delle autocritiche. Non sempre riesco a mordermi la lingua, a non dare suggerimenti, a non sostituirmi al mio Furbetto quando non riesce a fare qualcosa ancor prima che mi chieda aiuto. E allora ripenso al bimbo alla ricerca dell’orologio tondo che per lui, non a torto, era quadrato, ai bimbi californiani che tutti credevano non essere intelligenti e allora tutto torna chiaro: mio figlio non ha bisogno delle mie risposte ma della mia fiducia!

E voi cosa ne pensate?

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