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Problem Solving:insegnare a risolvere problemi

Oggi vorrei parlarvi di Problem Solving o meglio, di come insegnare ai bambini a risolvere problemi. Più facile a dirsi che a farsi perché e figl so’ piezz’ ‘e còre” e la tendenza di ogni genitore è quella di proteggere, a volte fin troppo, i propri cuccioli. L’istinto ci impone di aiutarli e sostenerli ma questo non significa risolvere i problemi al posto loro.

Il più delle volte siamo mossi da buone intenzioni, cerchiamo solo di aiutarli ad avere successo. Non vogliamo infatti che “perdano tempo” cercando di provare un sacco di cose che non funzionano, quindi diamo loro la “scorciatoia” che abbiamo scoperto, creato, o che a nostra volta ci è stata suggerita. 

Il punto è proprio questo: arrivare direttamente alla soluzione priva dell’opportunità di sperimentare. I nostri figli sviluppano l’idea che i problemi debbano essere risolti rapidamente e se ciò non avviene si scoraggiano e si arrendono. 

Possono anche sviluppare l’idea che ci sia una sola strada per trovare la soluzione, un solo modo “giusto“, precludendo a se stessi la possibilità di esplorare vie mai percorse.

Il Problem Solving

Oggigiorno essere competenti in fatto di problem-solving è di fondamentale importanza per fronteggiare lo stress e le frustrazioni della vita quotidiana.

Saper utilizzare in modo sistematico delle strategie per la risoluzione di problemi infatti, oltre che costituire di per sé una fonte di orgoglio e di autostima, ha una forte correlazione con la minore probabilità di sviluppare comportamenti di tipo ansiogeno.

Anche se da diverso tempo il termine problem solving comprende lo studio delle abilità e dei processi implicati nell’affrontare i problemi di ogni genere, originariamente veniva utilizzato soprattutto in relazione ai problemi di tipo logico-matematico. George Polya definì un problema nel modo seguente:

Risolvere problemi significa trovare una strada per uscire da una difficoltà, una strada per aggirare un ostacolo, per raggiungere uno scopo che non sia immediatamente raggiungibile. Risolvere problemi è un’impresa specifica dell’intelligenza e l’intelligenza è dono specifico del genere umano: si può considerare il risolvere problemi come l’attività più caratteristica del genere umano.

Secondo Polya esistono quattro fasi tipiche della risoluzione di problemi:

1. Comprendere il problema;
2. scoprire i legami tra i dati a disposizioni, tra le ulteriori informazioni e tra quello che si cerca affinché si possa redigere un piano di risoluzione;
3. mettere in atto il piano;
4. esaminare il risultato e verificarlo.

Egli si era dato un gran da fare per descrivere queste fasi in modo approfondito, scrivendo una sorta di vademecum di operazioni da seguire di fronte ad un problema. Ma se bastasse una “ricetta” infallibile per diventare bravi solutori, al mondo non esisterebbero più problemi!

In generale non c’è un modo, una strategia, oppure un algoritmo per insegnare a risolvere problemi, né di matematica né della vita reale. Ma allora cosa possiamo fare per aiutare i nostri figli?

Permettere loro di provare, lasciare che commettano errori!

Con questo non voglio dire che dobbiamo starcene con le mani in mano ma è necessario evitare di risolvere il problema al posto loro.

Piuttosto potremmo cercare di indirizzarli verso la strada da seguire, stimolare attraverso opportune domande i processi risolutivi, incentivarli ad organizzare e gestire al meglio le proprie risorse, mettendo in atto processi di controllo e autoregolazione.

Il problema del lupo, della capra e dei cavoli

Sapete da dove proviene il modo di dire “salvare capra e cavoli”? Esatto, proprio dal famosissimo problema di logica tanto amato da Lewis Carroll, il matematico che scrisse “Alice nel Paese delle Meraviglie“. Il problema non ha bisogno di presentazioni ma per i pochi che ancora non lo conoscessero lo riscrivo qui sotto:

Molto tempo fa un contadino andò al mercato e comprò un lupo, una capra e un cesto di cavoli. Ritornando a casa, arrivò sulla riva di un fiume e noleggiò una barca per attraversarlo, ma la barca poteva trasportare (oltre a lui) soltanto uno tra il lupo, la capra e i cavoli. Se lasciati da soli senza la sua presenza, il lupo avrebbe mangiato la capra, oppure la capra avrebbe mangiato i cavoli; il lupo, essendo carnivoro, non avrebbe mangiato i cavoli. Il dilemma del contadino è quindi il seguente: come li avrebbe potuti trasportare per intero sull’altra riva del fiume, evitando di lasciare incustoditi il lupo con la capra o la capra con i cavoli?

La chiave di volta per arrivare alla soluzione è rendersi conto che una volta trasportato un soggetto, si può anche riportarlo indietro.

Questo non è chiaro dalla formulazione della storia, ma nessuno dice che sia proibito. Rendersene conto renderà il problema facile da risolvere anche per i bambini piccoli.

Così ho deciso di proporlo a Furbetto che appena ha notato i suoi pupazzetti sul tavolo, pronti a prendere vita, si è subito incuriosito: “Mamma cosa facciamo?”.

Naturalmente ho fatto in modo che tutto venisse presentato come un gioco e la drammatizzazione mi è sembrato un buon espediente per mantenere alta l’attenzione, stimolare l’osservazione, la riflessione e lo spirito critico.

L’esperienza di drammatizzazione inoltre gli ha permesso di immedesimarsi e sentirsi coinvolto emotivamente dal problema, così da dargli senso e percepirlo come reale.

Siete curiosi di sapere se è arrivato alla soluzione? La risposta è NO ma questo è del tutto irrilevante. La cosa veramente importante è stato il confrontarsi con una situazione problematica e mettere in campo tutte le strategie suggerite dalle esperienze pregresse.

Secondo voi come è possibile per un bambino di quattro anni che conosce a memoria la favola di Cappuccetto Rosso, pensare che il problema possa avere soluzione senza l’intervento di un cacciatore? Perché mai un lupo lasciato in barca con un contadino non dovrebbe papparselo in un sol boccone? E adesso venite a dirmi che questa non è logica!!!😜

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